Again: quando suonare Alice in Chains è un’urgenza, non una scelta.

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Again: quando suonare Alice in Chains è un’urgenza, non una scelta.

Spotlight · Roma · Alice in Chains Tribute


Roma, 2019. Quattro persone si trovano spinte dalla stessa urgenza.

Non dalla voglia di fare qualcosa di figo il weekend, non dall’idea di riempire un calendario. Dall’urgenza, appunto. Quella sensazione fisica che ti dice che quella musica deve tornare a suonare, che quelle canzoni meritano di riempire una sala, che c’è un pubblico là fuori che aspetta di rivivere qualcosa che credeva perduto.

Gli Again nascono così. E il nome stesso lo dice tutto: ancora. Di nuovo. Un’altra volta.


Perché Alice in Chains

Ci sono band che suoni perché le ami. E poi ci sono band che suoni perché non ne puoi fare a meno.

Gli Alice in Chains appartengono alla seconda categoria. Non sono una band con un suono riconoscibile tra i tanti: sono una categoria a sé, qualcosa che non si replica altrove e che non invecchia nel tempo. Il grunge di Seattle aveva molte facce, ma quella degli AIC era la più oscura, la più viscerale, quella che mischiava melodia e disagio con una naturalezza disarmante. Le armonie vocali di Layne Staley e Jerry Cantrell sono tra le cose più difficili da replicare nella storia del rock moderno: due voci che si intrecciano in un modo che sembra sempre sul punto di crollare, e invece regge, e ti spacca in due ogni volta.

“Gli Alice in Chains non sono semplicemente una band: sono uno stato d’animo, un mix unico di riff pesantissimi, armonie vocali taglienti e una vulnerabilità disarmante. Non c’è un momento preciso, ma è una consapevolezza che ti porti dentro: quando senti quel contrasto tra melodia e oscurità, capisci che nessun altro gruppo ti dà lo stesso brivido viscerale.”

Un brivido viscerale. Non un’emozione raffinata, non un piacere estetico. Un brivido. Quello che senti nelle ossa prima ancora di elaborarlo con la testa.


Sul palco

Gli Again non fanno spettacolo. Fanno impatto.

L’aspetto visivo e scenico si traduce in attitudine, in foga, nel ricreare quel muro di suono fangoso e potente tipico della Seattle che fu. Nessun fronzolo, nessun effetto speciale: solo una band che sale su un palco con la consapevolezza di cosa deve fare, e lo fa. Il pubblico che arriva per la prima volta deve capire subito dove si trova.

“Chi viene a vederci per la prima volta deve vedere una band che sul palco sputa l’anima dal primo all’ultimo secondo.”

E il repertorio? L’era d’oro degli anni Novanta, quella che va da Facelift a Dirt, passando per l’intensità acustica di Jar of Flies e SAP. Il periodo più iconico, quello in cui la sofferenza e la rabbia degli Alice in Chains hanno ridefinito la storia del rock. Non si tratta di nostalgia: portare quei pezzi su un palco è un atto di responsabilità verso chi quella musica l’ha vissuta, e verso chi la scopre adesso.

“Portare sul palco quei pezzi significa toccare corde profonde, sia per noi che per il pubblico.”


Il momento

Lo scorso autunno, una sala teatro di Roma. Gli Again organizzano una serata celebrativa dell’MTV Unplugged degli Alice in Chains, uno dei live acustici più potenti e devastanti della storia del rock. Una scelta coraggiosa: il formato acustico non perdona, e la resa vocale di quel set è tra le più alte mai registrate da una band rock.

La location è insolita, bellissima. Ma la cosa che trasforma la serata in qualcosa di irripetibile è quello che succede durante: tantissimi ospiti di band amiche, musicisti che salgono spontaneamente sul palco e suonano e cantano insieme. Un momento di comunità musicale vera, di quelle che difficilmente si costruiscono a tavolino e che si ricordano a lungo.

“È stata un’esperienza indimenticabile perché oltre alla location insolita e bellissima abbiamo avuto tantissimi ospiti di band amiche e musicisti che hanno suonato e cantato dei brani insieme a noi.”


Senza maschera

IT e istruzione. Un insegnante di musica, due informatici, un esperto di database applicati alla formazione che si occupa anche di fonica e sound engineering. Una squadra versatile per definizione, dove ognuno porta avanti in parallelo anche altri progetti musicali. Non una band nata per caso: un gruppo di persone che sa esattamente cosa sta facendo, sia sul palco che fuori.

Il contrasto con quello che succede ai live è netto. Di giorno: scadenze, riunioni, dinamiche d’ufficio e scolastiche. Priorità misurabili, ritmi prevedibili. Sul palco le priorità cambiano completamente: conta solo l’energia che ci metti e l’impatto dei pezzi. Ma non è un peso portarsi queste due vite in parallelo. È esattamente il contrario.

“Staccare completamente dalla routine e fare rumore è esattamente quello che ci serve per ricaricarci.”

I colleghi faticano a connettere la figura da ufficio con quella che vedono nei video dei live. Le famiglie supportano da sempre e sono abituate ai ritmi. Non è un segreto per nessuno, e non lo è mai stato.

Il momento di svolta? Nessun personaggio da indossare, nessuna maschera da calare. Gli Again sono sempre se stessi. Ma c’è un istante preciso in cui la testa stacca.

“Il soundcheck: quando monti la strumentazione, alzi i volumi e senti i primi colpi di cassa, la testa stacca in automatico dal lavoro e si concentra sulla scaletta.”

E quando sono in giro a suonare, della routine quotidiana sentono la mancanza di poco: un po’ di sonno, la calma dei giorni normali. Quando invece sono immersi nella routine, quello che manca è più difficile da rimpiazzare.

“La cosa che manca di più è l’adrenalina del live e quell’intesa immediata che si crea tra di noi quando suoniamo.”


La scena

La scena tribute italiana, per gli Again, è un territorio vastissimo e tecnicamente elevato. Il problema non è la qualità delle band: è la mancanza di struttura attorno a loro. Manca il supporto reciproco tra chi suona, e manca una rete di locali disposta a investire davvero sulla qualità dell’impianto e dell’accoglienza. Due elementi che, se ci fossero, trasformerebbero le serate tribute da buoni concerti a eventi veri.

“La collaborazione è la chiave per creare eventi unici.”

Le tribute che rispettano di più sono quelle che scelgono la strada più difficile: i tributi ai Tool, ai Soundgarden, a chiunque abbia costruito un suono così specifico e tecnico da richiedere anni di lavoro solo per avvicinarsi all’originale. Generi di nicchia dove non puoi nasconderti dietro un singolo famoso: o sei all’altezza su tutto, o si sente.

“Rispettiamo molto tutte quelle tribute band che affrontano generi di nicchia o complessi, dove l’esecuzione tecnica e vocale richiede un rispetto immenso per l’originale.”

Il consiglio a chi vuole iniziare è umano prima ancora che musicale. Perché la tecnica si può imparare, ma la chimica tra persone o c’è o non c’è.

“Trovate persone con cui state bene prima di tutto a livello umano. Suonare la musica di qualcun altro richiede una passione viscerale comune.”


Perché Tribute Nation

Gli Again hanno scelto di far parte del progetto perché credono nel valore del fare rete. In Italia la musica dal vivo soffre di isolamento: ogni progetto vive nel suo spazio, raramente si costruisce qualcosa di più grande. Tribute Nation è un tentativo concreto di cambiare questa logica, e loro ci credono.

“Fare rete è l’unico modo per dare dignità e forza alla musica dal vivo in Italia. Spazi come Tribute Nation aiutano a dare visibilità ai progetti che lavorano con serietà, professionalità e passione, creando una community di appassionati e addetti ai lavori.”

E cosa vogliono lasciare al pubblico dopo ogni live? La risposta è una delle più belle che abbiamo ricevuto da quando esiste Tribute Nation.

“Con le orecchie che fischiano, i brividi addosso e una sensazione precisa: quella di aver respirato, anche solo per due ore, la stessa aria pesante, elettrica e fottutamente rock della Seattle del 1992.”


Segui gli Again su Instagram e non perderti il prossimo live.

Tribute Nation · Il primo spazio italiano dedicato alle tribute band rock e metal.

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