Luce Rossa, il fotografo che racconta la scena tribute
Spotlight · Fotografia · Live Music
C’è un concerto, nel 2017, in cui per la prima volta la macchina fotografica non è un accessorio ma una scelta. Fino a quel momento Luce Rossa è un fotografo amatoriale che scatta un po’ a qualsiasi evento capiti, senza un filo conduttore. Quella sera, invece, qualcosa si allinea.
“Alla fine i concerti sono degli eventi per cui posso fare dei reportage.”
Da lì è stato tutto naturale, dice. La prima macchina fotografica gliela regala il fratello, e per sei anni, fino al 2023, va avanti da solo: nessun corso, nessun mentore, solo campo ed errori. Poi due corsi, uno di fotografia avanzata e uno di illuminazione, l’unica formazione strutturata in un percorso che per il resto resta ostinatamente autodidatta.
Ma capire di avere trovato la propria strada e sapere che quella strada è una vocazione sono due cose diverse, e tra le due passano anni.

Una piazza, non un palco
Il momento in cui Luce Rossa capisce che la fotografia deve essere qualcosa di più non arriva da un concerto. Arriva il 25 aprile 2024, a Piramide, in mezzo a una manifestazione con due fazioni politiche completamente opposte. Nessun palco, nessuna scaletta, solo tensione da leggere e restituire in tempo reale. È lì, in mezzo a una piazza divisa, che la fotografia smette di essere un hobby ben riuscito e diventa qualcos’altro.
Quella consapevolezza arriva dopo anni di scatti, non prima. E arriva fuori dal contesto in cui Luce Rossa si muove di solito, il che forse spiega perché resta il ricordo più netto: a volte serve uscire dal proprio campo per capire “da fuori” cosa davvero amiamo del nostro habitat.

Il primo concerto, e la lezione dell’assenza di un pass
Sette anni dopo quel primo concerto del 2017, il primo concerto fotografato davvero da dietro l’obiettivo sono i Mòn, al Largo Venue, nel 2024. Prima che la band salga sul palco, l’ansia è altissima. Poi, non appena parte il concerto, sparisce del tutto.
Non è però un ricordo che Luce Rossa racconta con piena soddisfazione. Era in mezzo al pubblico, senza pass da fotografo, in una posizione defilata, senza la possibilità di muoversi per cercare l’inquadratura giusta. Il risultato, dice lui stesso, non è riuscito a restituire davvero l’essenza della band. È un dettaglio che pesa più di quanto sembri: la differenza tra guardare un concerto da dentro il pubblico e raccontarlo da fotografo passa quasi sempre da lì, dalla libertà di trovare il proprio punto di vista.
Ed è proprio quella distinzione, tra guardare e raccontare, a spiegare il principio che guida tutto il resto del suo lavoro.

Il pubblico prima di tutto
Prima di stare dietro l’obiettivo, Luce Rossa è stato per anni dall’altra parte del palco, tra chi salta e canta senza pensare a nessuna inquadratura. Quell’esperienza gli è rimasta addosso, ed è probabilmente il motivo per cui, quando parla del proprio lavoro, il rispetto arriva prima della tecnica.
“La sfida più grande per me è raccogliere nei miei scatti la vera essenza della band e del concerto senza essere d’intralcio al pubblico che vuole divertirsi e vedere la band suonare.”
Non è una frase di circostanza. È la sintesi di un mestiere che, fatto bene, dovrebbe essere quasi invisibile a chi sta vivendo il concerto.

Tre fasci di luce a Ciampino
Tra tutti gli scatti fatti nel mondo delle tribute band, uno resta il preferito in assoluto: una foto ai Disasterpiece, durante l’ultimo Nu Metal Fest a Ciampino. Tre membri della band rivolti verso lo stesso punto, e dei fasci di luce che partono dalle loro spalle andando a intrecciarsi esattamente tra un musicista e l’altro, quasi a disegnare dei fili invisibili.
“Mi dava come l’impressione che in quel momento ci fosse unione e compattezza della band, come se tutti andassero verso un unico risultato, ma mantenendo i propri ruoli.”
Luce Rossa ammette di non riuscire a spiegarla del tutto bene, quella scena. Sa solo che lo ha emozionato profondamente, e forse è proprio questo il punto: gli scatti che restano non sono sempre quelli tecnicamente perfetti, ma quelli in cui la fotografia intercetta qualcosa che va oltre l’inquadratura.
Ed è lo stesso principio che, allargando lo sguardo, guida il suo rapporto con l’intero mondo delle tribute band.

Perché le tribute band meritano di essere raccontate
Per Luce Rossa, dare importanza alle tribute band significa dare voce a persone che si esibiscono per puro amore della musica, mettendosi al servizio di una band per offrire uno spettacolo il più autentico possibile a chi, magari, non ha mai avuto la possibilità di vedere dal vivo l’artista originale. In un mercato in cui i concerti diventano sempre più costosi e inaccessibili, quell’autenticità è merce rara, e vale la pena essere raccontata tanto quanto un concerto “vero”.
Dalla Fujifilm alla Leica, inseguendo il buio
Sul piano tecnico, il rapporto con l’attrezzatura racconta la stessa ricerca di autenticità applicata al mestiere. Per anni la compagna di viaggio di Luce Rossa è stata una Fujifilm X-T4 con un obiettivo Fujinon 16-80mm F4, capace di coprire quasi tutte le distanze da palco, con qualche difficoltà solo sui musicisti posizionati più indietro. Di recente il passaggio a una Leica SL3-S con un 28-70mm, spinto da una necessità molto concreta: la Fujifilm non reggeva più come voleva nelle condizioni di scarsa luminosità dei locali più piccoli.
Gli obiettivi da cui non si scappa, dice, restano il 24-70mm e il 70-200mm: con quei due si riesce a fare praticamente tutto quello che serve in un concerto. Per ora ne ha solo uno. Il secondo, prima o poi, arriverà.
Perché in fondo le vere sfide di ogni serata non cambiano mai: nei piccoli locali bui serve una macchina che tenga bene gli ISO alti e un obiettivo che copra tutte le lunghezze focali possibili, perché lì non ci si può muovere liberamente. Bisogna trovare da subito il punto giusto, senza intralciare il pubblico. Su un palco più grande cambia tutto: più libertà di movimento, giochi di luce più interessanti, risultati migliori anche con corpi macchina meno performanti al buio.
Quando mancano entrambe le condizioni, luce e spazio, è lì che il mestiere si gioca per intero: bisogna moltiplicare i tentativi per restituire agli artisti quello che loro fanno provare al pubblico.

Uno stile che si adatta, riferimenti che restano fermi
Sul palco l’approccio di Luce Rossa cambia a seconda della band o del cantante che ha davanti: di base preferisce un taglio low-key, ma tutto dipende dalla serata, dall’atmosfera, da quello che l’artista vuole comunicare quella sera. I riferimenti fotografici, invece, restano pochi ma fissi: Todd Hido, Peter Lindbergh, Helmut Newton, Letizia Battaglia, Steve McCurry. Nomi che raccontano più un’idea di sguardo che un genere fotografico preciso.

Metal nel sangue, orecchie aperte
Il genere che preferisce fotografare resta il metal: Luce Rossa nasce rocker, metallaro, anche se negli ultimi anni si è affacciato parecchio anche sulla scena elettronica. Ma più che il genere musicale, a metterlo davvero alla prova sono le condizioni di luce: un concerto in pieno giorno, con solo luce ambientale, resta la sfida tecnica più dura in assoluto, perché quella luce è quella e non si può fare granché per cambiarla.
Se potesse scegliere un solo concerto della storia da fotografare, sceglierebbe l’Alive 2006 dei Daft Punk: il live che non smette mai di riguardare e riascoltare, quello che secondo lui ha rivoluzionato il modo stesso di fare concerti dal vivo.
“I Daft Punk sono la band più coerente mai esistita, hanno fatto quello che hanno fatto solo per amore della musica e dell’arte, senza reunion speculative o tour d’addio.”
Ascoltava solo rock e metal. Oggi, dice, ascolta anche moltissima musica elettronica. Segno che lo sguardo, dietro l’obiettivo come nelle cuffie, continua ad allargarsi.

