Dieci anni per trovare Amy Lee: la storia dei Fallen
Il locale è pieno, le luci sono basse, e per tre minuti nessuno respira. Emily attacca “My Immortal” a Caserta e la sala smette di essere una sala: qualcuno piange, qualcuno chiude gli occhi, qualcuno canta sottovoce senza accorgersene. Fuori da quelle quattro mura è una sera come tante. Dentro, per tre minuti, è il 2003 e sono tutti di nuovo lì la prima volta che hanno sentito quella voce. Non è la prima volta che succede ai Fallen, e non sarà l’ultima. È il motivo per cui esistono.
La ricerca della voce perfetta
Valerio ci pensava da quando era adolescente. Voleva mettere in piedi un tributo agli Evanescence, ma per anni il progetto è rimasto un’idea chiusa in un cassetto. Non per mancanza di volontà: mancava l’unica cosa che avrebbe reso il progetto degno di esistere. Amy Lee non è una vocalist che si imita a metà, o la si prende sul serio o è meglio lasciar perdere, e per trovare qualcuno capace di reggere quel peso ci sono voluti anni di ricerca, tentativi, false partenze.
Poi è arrivata Emily. Non solo la somiglianza vocale era sorprendente: anche i modi, l’intensità, il modo di stare sul palco raccontavano la stessa storia, come se quella voce l’avesse sempre avuta dentro e aspettasse solo l’occasione giusta per uscire.
Era lei, ed era perfetta.
Da lì in avanti è stato un lavoro di costruzione vero e proprio: basi solide, formazione confermata, e la certezza di avere davvero l’idoneità per portare avanti il progetto senza tradirlo. Solo a quel punto, con tutti i pezzi al loro posto, sono nati i Fallen.
L’unica Evanescence Experience d’Europa
I Fallen si definiscono così: la sola Experience sul suolo europeo interamente dedicata agli Evanescence. Non è un titolo che si prendono per vanto, è la conseguenza diretta di un obiettivo preciso che guida ogni loro live: riprodurre fedelmente gli show della band statunitense, ma soprattutto restituire le emozioni che Amy Lee ha scritto dentro ai suoi testi. Non basta suonare le canzoni giuste nell’ordine giusto: bisogna suonarle nel modo in cui erano pensate per essere sentite, con la stessa tensione emotiva che le ha rese quello che sono per chi le ascolta da vent’anni.
Doppia vita
Fuori dal palco, i Fallen fanno tutt’altro. Tra loro ci sono programmatori, tecnici IT, persone che passano la giornata al telefono a risolvere problemi di assistenza clienti. Vite fatte di ticket, scadenze e riunioni, lontanissime dai riflettori blu e viola che li aspettano il sabato sera. Il contrasto è netto, quasi comico se ci si pensa troppo, ed è proprio questo a rendere il momento live ancora più importante: non è un lavoro che continua, è un altro sé che prende il posto di quello di sempre.
Sul palco, si diventa altro
Quando le luci si accendono, qualcosa cambia davvero.
Sul palco si diventa i musicisti della serata. Sembra meno romantico, più robotico e meno umano, ma non lo è. Lì qualunque problema rimane fuori dal locale, in quel momento si è i migliori e così ci si deve sentire.
Non è una posa, e non è nemmeno distacco. È una responsabilità che i Fallen si prendono consapevolmente, perché sanno bene a chi devono quel palco: alle persone che sono lì sotto per loro, che hanno pagato un biglietto e organizzato una serata intorno a quel concerto. La felicità del pubblico a fine live è l’unico vero obiettivo della serata, e per questo lo show deve essere il migliore possibile, ogni volta, senza eccezioni e senza serate storte concesse.
Le lacrime del pubblico
Gli aneddoti più forti che i Fallen si portano dietro hanno tutti la stessa forma: un’intera sala che si commuove insieme, senza che nessuno l’abbia deciso a tavolino. “Good Enough” ha fatto piangere il Killjoy di Roma. “Lithium” ha fatto lo stesso al Pank Rabbit di Frascati, con file intere di persone che cantavano piano invece che urlare. E poi c’è Caserta, con “My Immortal” a chiudere la serata in un silenzio quasi religioso, quello vero, che nessun applauso interrompe subito.
Liberare le emozioni delle persone, questi sono gli aneddoti che ci portiamo nel cuore.
La scena delle tribute band, oggi
Quanto alla scena italiana delle tribute band, i Fallen non hanno dubbi: è cambiata parecchio, e non da poco. Dieci anni fa erano gli Aerosmith e i Guns N’ Roses a dominare le classifiche di genere, i nomi sicuri da mettere in cartellone per riempire un locale. Oggi il pubblico cerca altro: Linkin Park, Rammstein, e band come gli stessi Evanescence, anche se restano spesso sottovalutate rispetto al loro reale peso nella storia della musica. La scena, secondo loro, si sta lentamente restringendo, diventando più di nicchia, quasi elitaria in certi contesti. Ma non è per forza una brutta notizia: per chi resta, questo restringimento migliora la qualità del pubblico e delle serate stesse. Meno gente per caso, più gente che c’è perché vuole davvero esserci.
Rispetto tra tribute
Sul tributo italiano che rispettano davvero, la risposta arriva senza esitazioni: Hybrid Light. Non è un rispetto a distanza, teorico, letto su un cartellone: Valerio ed Emily fanno parte anche di quel progetto dedicato ai Linkin Park, un legame diretto che rende il rispetto ancora più concreto e meno di circostanza. Accanto a Hybrid Light, i Fallen citano anche Eurosmith, che ha costruito un percorso importante soprattutto all’estero, e realtà come Rocket Queen, Flammen e Requeen, segno di una scena che, per quanto ristretta, si conosce e si stima davvero tra chi la vive dall’interno.
Un consiglio, un saluto
Per chi vuole iniziare oggi con una tribute band, il consiglio dei Fallen è pratico e per niente scontato: pensarla fin dal principio come un vero progetto, con analisi di mercato e struttura solida alle spalle. Solo così si può ambire a una carriera lunga e stabile, per quanto “carriera” resti una parola grande da usare per un tributo, e loro lo sanno bene.
Ai fan, i Fallen lasciano un saluto che sa di nostalgia condivisa, lo stesso tipo di nostalgia che riporta tutti a Caserta, a quei tre minuti in cui la sala smette di respirare.
Se gli Evanescence hanno fatto parte della vostra vita, se anche voi avevate un mp3 con il titolo sbagliato “Bring Me to Life Evanescence + Linkin Park” nei 2000s, probabilmente vi serve un nostro live. Solo che ancora non lo sapete!
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Tribute Nation — Il primo spazio italiano dedicato alle tribute band.