Il pubblico urla il titolo, i J.A.R. suonano
Quando i J.A.R. caricano gli strumenti per suonare fuori dalla loro città, sanno di partire con un’incognita. Non c’è modo di sapere chi troveranno sotto il palco, né se la loro energia arriverà fino in fondo alla sala. Poi la serata parte, il sudore si mescola ai sorrisi, e succede ogni volta la stessa cosa: a fine concerto il pubblico canta con loro ogni parola. L’ultima canzone è “Time of Your Life”, il loro modo di dare la buonanotte, e in quel momento persone che poche ore prima non li conoscevano si ritrovano a cantare insieme come se fossero amici da sempre. I J.A.R. lo raccontano con l’orgoglio di chi ha scoperto, serata dopo serata, di essersi sbagliato in meglio. È quel piccolo ponte tra la band, la musica e chi ascolta il motivo per cui fanno tutto il resto.

Nati nel 2022, cresciuti fino a cinque
J.A.R. sta per Just Another Riot, e la band romana nasce nel 2022 con un’idea precisa: mettere in piedi una tribute dei Green Day capace di distinguersi dalle altre. All’inizio erano in tre, come il trio californiano che omaggiano. Col tempo sono diventati cinque, e non per capriccio: tastiere e controcanti sono entrati in formazione perché il suono dei Green Day, spesso liquidato come quello della band dei tre accordi, è molto più stratificato di quanto sembri, e senza quegli strati un tributo resta a metà.
Sul palco vogliono uno show che travolga, pieno di interazione con la sala, senza perdere per strada i dettagli che di solito nessuno nota. E sul biglietto da visita si sono scritti “The Complete Green Day Experience”, che prendono alla lettera: tutta la discografia, anche i brani che restano nell’ombra.
Longview, 2013
C’è un dettaglio nella storia dei J.A.R. che da solo racconta il legame con la band originale. Nel 2013 il loro chitarrista è salito sul palco insieme ai Green Day per suonare “Longview”, uno dei brani di Dookie. Nove anni dopo è nata la band, e non serve molta immaginazione per capire da dove arrivi quella passione.
Non è l’unico segno. I membri dei J.A.R. sono fan attivi, di quelli che vanno ai concerti dei Green Day per studiarne la struttura e l’energia dal vivo, e coltivano una passione da collezionisti: biglietti, plettri, dischi, merchandising di ogni genere. Sono partiti tutti da adolescenti, chiusi in cameretta ad ascoltare Dookie e American Idiot, e quella voglia di rifare quelle canzoni non è mai passata: si è solo trasformata in un progetto condiviso.
Amiamo definirci “ossessionati” in senso positivo: ogni dettaglio della band californiana è per noi fonte di ispirazione.
Scegliere di omaggiare i Green Day con un tributo completo e curato in ogni particolare, per loro, è stata una conseguenza naturale.

Duecentocinquanta canzoni, e il pubblico sceglie
Il segno più evidente di quanto conoscano il repertorio sono i numeri: oltre 250 brani, tutti pronti a essere suonati anche su richiesta di un pubblico più esigente. E infatti li mettono alla prova apposta, con serate speciali che chiamano “Jukebox”. Funziona così:
Il pubblico sceglie, urla il titolo… e noi suoniamo!
Non c’è scaletta a cui aggrapparsi, e proprio per questo ogni serata Jukebox è diversa dall’altra. Ognuno dei cinque ha le sue preferenze, ma se devono indicare l’album che tiene insieme il divertimento sul palco e l’interazione continua con la sala, la risposta è senza dubbio American Idiot.

Impiegati d’ufficio, commessi, belve da palco
Fuori dal palco i J.A.R. sono persone qualunque. Impiegati d’ufficio, commessi, lavoratori come tanti, con qualche rotella fuori posto, come ammettono loro stessi, e con la convinzione che sia il prezzo da pagare quando si suona un genere così carico di energia. È il contrasto a sorprendere chi li conosce: dalla tranquillità della routine quotidiana alla trasformazione totale sul palco, dove si lasciano andare e diventano belve musicali, travolte dall’energia dello show.
Quell’energia è anche il loro carburante. Li emoziona far vibrare le corde di una chitarra, sostenere il groove alla batteria, cantare a squarciagola, ma ciò che li colpisce di più è la risposta della sala: si va dal semplice battere il piede a tempo fino al pogo più sfrenato, con tutti a urlare i testi delle canzoni più iconiche.
Amiamo profondamente quello che facciamo e cerchiamo di trasmetterlo in ogni singolo concerto, che sia davanti a 20 persone o a 1000.
Ed è la stessa spinta che li aiuta ad affrontare il giorno dopo, quando al posto del palco c’è una scrivania o un bancone.
Il pregiudizio della serie B
Sulla scena tribute italiana i J.A.R. partono da un dato di fatto. L’Italia è ancora penalizzata sulla musica live internazionale: molte band, durante i tour mondiali, fanno poche tappe nel nostro Paese, quasi sempre concentrate nelle grandi città, e tanti fan sono costretti a spostarsi per vedere i propri artisti preferiti. È qui che entrano in gioco le tribute, che con la loro passione colmano almeno in parte quel vuoto e portano sui palchi italiani l’energia di grandi band internazionali. La qualità, dicono, è alta: grande cultura musicale e tanta voglia di mettersi in gioco.
L’unico aspetto che vorrebbero vedere cambiare è la percezione. A volte le tribute band vengono considerate spettacoli di serie B, e a loro questo non torna.
In realtà tribute e musica inedita possono convivere tranquillamente: sono due percorsi diversi, entrambi capaci di arricchire la scena live e regalare emozioni al pubblico.

Tribute to Tribute
Quanto ai tributi italiani che rispettano, i J.A.R. non fanno classifiche: la loro stima va a tutte le realtà che ogni giorno lavorano per ricreare suono, attitudine e identità di una grande band internazionale, perché sanno quanto lavoro ci sia dietro. Un nome però lo fanno, tra quelli che li hanno colpiti di recente: i Linkin Revolution, tributo ai Linkin Park.
Il loro impatto dal vivo e la capacità di ricreare l’atmosfera della band originale ci hanno impressionato al punto da farci rivivere, anche solo per una sera, l’emozione di vedere Chester Bennington ancora sul palco.
Un consiglio, un saluto
A chi vuole mettere in piedi una tribute band i J.A.R. consigliano di partire da sé stessi: scegliere una band e una musica con un significato personale, qualcosa che riesca a smuovere emozioni autentiche. Trovata quella giusta, la sfida diventa riuscire a trasmettere al pubblico lo stesso sentimento.
Una tribute band non è solo una questione di suoni, look o dettagli tecnici: tutto questo arriva naturalmente quando alla base c’è una passione sincera e il desiderio di condividere ciò che quella musica rappresenta per noi.
Chi vuole ascoltarli dal vivo ha già tre appuntamenti in calendario: il 15 ottobre al Mood di Roma, il 4 dicembre all’Eur Music Fest, sempre a Roma, e l’11 dicembre al Loop Cafè di Arce. Il saluto ai fan è una promessa:
Noi vi promettiamo tutta la nostra energia: voi preparatevi al vostro “Time Of Your Life”!


