Disasterpiece: nove maschere, un solo obiettivo. Far saltare il pubblico.

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Disasterpiece: nove maschere, un solo obiettivo. Far saltare il pubblico.

Spotlight · Roma· Slipknot Tribute

Suonare gli Slipknot non è una scelta di comodo.

È una sfida tecnica e fisica che non lascia margine di errore. Nove elementi sul palco, tute, maschere, un muro di suono progettato per devastare. Non è la classica band che attacca i jack agli amplificatori un quarto d’ora prima della serata. È qualcosa che si costruisce nel tempo, si affina per anni, e richiede una dedizione che va ben oltre la passione per la musica.

I Disasterpiece lo sanno da molto prima del loro debutto ufficiale. E non si sono mai fermati.


Come nasce una macchina da guerra

La storia comincia nel 2008, quando il progetto si chiamava ancora “Maggots” (il nome del fan club ufficiale degli Slipknot) e girava principalmente in sala prove, senza mai uscire ufficialmente dal vivo. Di quella primissima formazione resistono solo due pilastri: Mauro, il #6, che incarna il Clown della band originale, e Civi, il jolly schizofrenico del gruppo, che nel tempo ha avuto il coraggio di coprire quattro diverse maschere: il #4, il #5, il #3 e oggi Tortilla Man.

Il vero cambio di marcia arriva quando entra Gianluca al basso. Da quel momento smettono di essere un gruppo da sala prove e iniziano a strutturarsi come la macchina da guerra che sono oggi.

Il resto della formazione si assembla strada facendo, a volte in modo quasi surreale. Daniele, chitarrista #7, è entrato nella band semplicemente perché si è ritrovato seduto per caso vicino a Civi sul treno di ritorno da un concerto a Milano. Alcune cose succedono così; e funzionano meglio di quelle pianificate.


Perché gli Slipknot

La risposta è diretta, senza romanticherie. E per questo ancora più convincente.

“Suonare gli Slipknot è l’ultima vera sfida, sia a livello tecnico che fisico. Quello che ci ha convinto è proprio la necessità di spingerci al limite. Volevamo riprodurre intatto quel muro di suono e quell’impatto visivo che definiscono ‘caos controllato’.”

Non cercavano una band comoda da suonare il weekend. Cercavano qualcosa che li mettesse davvero alla prova, ogni volta. E l’hanno trovata.


Sul palco

Se fosse solo per gusto personale, suonerebbero solo il primo disco, il Self-Titled, e Iowa. La brutalità pura, quella da cui tutto è nato. Ma i Disasterpiece non salgono sul palco per soddisfare se stessi.

Vol.3 entra in scaletta, e con lui i pezzi venuti dopo. Unsainted è un punto fisso, inamovibile. Il motivo è uno solo: l’interazione col pubblico. Sentire un intero locale urlare i ritornelli all’unisono è qualcosa per cui vale la pena costruire un set intero.

“Inserire quei brani ci permette di agganciare la gente, farla cantare a squarciagola e creare una connessione totale, per poi tornare a massacrarla con i pezzi più pesanti.”

I set durano tra i 60 e i 90 minuti e sono costruiti in modo quasi matematico: mazzate frontali alternate a brani con più groove, la gente che sfoga, respira, riparte. La tensione non cala mai. Tute e maschere non sono un costume: sono parte integrante dello show, funzionali ad annullare le identità personali.

“Sul palco non ci sono nove individui con i loro problemi quotidiani. Ci sono i Disasterpiece.”


Senza maschera

Fuori dal palco, vite comunissime. Settore IT, commercio. La classica vita di tutti i giorni.

Gestire i ritmi di una band di nove elementi, le trasferte, il materiale logistico portato dietro a ogni live, praticamente un trasloco a ogni serata, nascondendolo a chi ci vive accanto sarebbe fisicamente impossibile. Quindi lo sanno tutti. Famiglia, amici, colleghi: supportano, vengono ai concerti, rimangono spesso sorpresi da quello che vedono.

La parte più divertente arriva dopo.

“Quando usciamo dal backstage dopo esserci cambiati, tolti maschera e makeup torniamo ad essere noi. Pressochè invisibili, ci confondiamo in mezzo alla folla.”

Il momento in cui tutto scatta è preciso: pochi minuti prima di salire sui gradini del palco. Per il resto del tempo sembrano le persone più tranquille e pacifiche del mondo. Chi li vede scaricare il furgone e fare il soundcheck in borghese si fa aspettative bassissime per la serata. Poi arrivano le tute, le maschere, e l’interruttore si aziona.

“Lì finisce la normalità e inizia la violenza del live.”

E quando sono in giro a suonare, della routine quotidiana non sentono la mancanza. Zero nostalgia, zero rimpianti.

“Quando siamo chiusi nella routine ci manca l’adrenalina, quella scarica fisica e mentale che ti svuota a fine concerto. Quando siamo in giro a suonare, della vita normale non ci manca assolutamente niente. Siamo esattamente dove vogliamo essere.”


I momenti

I Disasterpiece ne hanno due. Li raccontano con la precisione fredda di chi li ha vissuti sul serio, e proprio per questo fanno ancora più effetto.

Il primo: Nu Metal Fest dell’anno scorso. Il batterista #1 suona l’intero concerto completamente isolato. Zero click, zero basi, zero riferimenti dai compagni di palco. Solo alla fine, smontando, si scopre che il cavo dei suoi in-ear monitor era stato tranciato di netto durante il cambio palco delle band precedenti. Ha portato a casa l’intera setlist andando puramente a memoria e vibrazioni. Nessuno se ne era accorto. Nemmeno per un secondo.

Il secondo: Pescara, 2021. Attaccano My Plague e il supporto del PC e delle tastiere del #5 cede di colpo, crollando sul palco. Nessuna scena di panico, nessuna interruzione. Si è semplicemente accovacciato in mezzo ai cavi e ha continuato a suonare per terra per tutto il resto del pezzo.

Questo è quello che significa essere i Disasterpiece.


La scena

La visione dei Disasterpiece sulla scena tribute è lucida e, a tratti, coraggiosa.

La scena è gremita, la passione c’è tanta; ed è bello. Ma c’è un rischio concreto che sentono vicino: che l’attrazione gravitazionale delle tribute più grandi finisca per fagocitare la musica originale, lo spazio per chi ancora non è nessuno ma potrebbe diventare qualcosa. Dentro i Disasterpiece ci sono membri che suonano in progetti originali, quindi il problema lo conoscono dall’interno.

La loro soluzione è semplice, pratica e generosa.

“Dovrebbe essere quella di inserire sempre almeno una band originale in apertura. È una questione di sopravvivenza per tutto il circuito: se questi gruppi non trovano palchi su cui suonare, come fanno a farsi conoscere? E soprattutto, se oggi non diamo spazio alle band originali per emergere, tra vent’anni di chi faremo i tributi?”

La tribute italiana che rispettano di più? I Kornea, Korn tribute: una macchina che funziona davvero bene sia tecnicamente che a livello umano. Citano anche i Flammen per i Rammstein, i Godamn Superstar per Marilyn Manson e gli Aenos per i Tool.

Il loro consiglio a chi vuole iniziare è di quelli che tagliano corto con le illusioni.

“Suonare bene in sala prove è solo il 20% del lavoro, il resto è logistica, organizzazione e attitudine. La gente esce di casa per divertirsi e prendere una botta di energia, non per farvi un esame accademico. Siate professionali con i locali, strutturatevi bene fuori dal palco e, una volta sopra, pensate prima di tutto a far saltare il pubblico.”


Perché Tribute Nation

I Disasterpiece hanno scelto di far parte del progetto perché credono nel fare rete in modo strutturato, lontano dalle solite dinamiche isolate sui social. Una vetrina seria, per chi lavora seriamente.

“Ci piace l’idea di fare rete con altri gruppi che lavorano seriamente sui loro progetti e avere a disposizione una vetrina strutturata, invece delle solite dinamiche isolate sui social.”

E quando finisce la festa?

E cosa vogliono lasciare al pubblico dopo ogni live? Una risposta che non ha bisogno di commenti.

“Senza fiato, sudati e divertiti. Chi esce da un nostro concerto deve avere la sensazione fisica di essere appena stato investito da un treno, ma anche ricordarsi che tra una mazzata e l’altra si è anche fatto una risata. La brutalità funziona molto meglio se sai anche intrattenere.”


Segui i Disasterpiece su Instagram e non perderti il prossimo live.

Tribute Nation · Il primo spazio italiano dedicato alle tribute band rock e metal.
www.tributenation.it

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