Un Jack Sparrow nel circle pit
Lucca Comics, sotto il palco centinaia di cosplayer. I Living Park sono all’ultimo pezzo, One Step Closer, quando dal pubblico parte un circle pit. Nel mezzo, immobile come se fosse sul ponte di una nave, c’è un Jack Sparrow. Al grido del verso più famoso del pezzo, il cerchio lo prende e lo porta via, capitano compreso. A raccontarlo, ancora adesso, la band non cerca altre parole:
È stato meraviglioso.
Non è l’unico momento del genere. I Living Park ne hanno altri, e ognuno sembra uscito da un fumetto: cactus che pogano insieme al pubblico, bassisti rapiti dalla folla, fan che salgono sul palco a fare casino. E poi c’è la sera in cui uno di loro è sparito del tutto:
c’è stato un live in cui uno di noi è sparito per due brani interi, portato via dal pubblico, e nessuno sa da dove abbia cantato!
Il pubblico che ti porta via, per una band che suona i Linkin Park, è la risposta più bella che esista. Ma dietro quella festa c’è una storia più silenziosa, che comincia con un no.

Ma sei matto? No!
I Living Park nascono dall’incrocio di due strade. Da una parte tre amici che suonano insieme da quindici anni e che, dopo mesi di composizione snervante e progetti sfumati, buttano lì un’idea. La reazione è quella che ci si aspetta:
“Oh! E se facessimo un tributo ai Linkin Park?” La risposta fu immediata: “Ma sei matto? No!”
Trovare le persone giuste, imparare tutta la musica, mettere insieme lo show e l’attrezzatura sembrava un lavoro enorme, quasi irrealizzabile. Dall’altra parte c’è Lorenzo, che canta da vent’anni in una band metalcore inedita e da quattro si era fermato. Un giorno, senza preavviso, gli torna la voglia di cantare e si mette a cercare online un tributo ai Linkin Park in cerca di una voce. Trova l’annuncio giusto, fa una prova, e il resto lo racconta lui. Con quel no ormai alle spalle, oggi dicono:
Oggi, però, la felicità di aver cambiato idea è enorme.
La musica che entrava in camera
Per capire perché proprio i Linkin Park bisogna tornare agli anni di MTV. Quella band è entrata nelle loro camere da ragazzi e non è più uscita: l’hanno seguita, messa da parte e riscoperta in ogni fase della sua evoluzione, ma nelle loro playlist c’è sempre rimasta, nei momenti difficili. L’era che preferiscono è quella di Hybrid Theory e Meteora, la più metal e aggressiva, perché la cosa che gli piace è l’energia.
A vent’anni di distanza, ritrovarsi su un palco a suonare quei pezzi è per loro una cosa che non ha prezzo. Il legame è così forte che non riescono a immaginarsi altrimenti:
Col senno di poi, probabilmente senza i Linkin Park non avremmo mai iniziato a suonare.
Anche per Lorenzo la storia comincia da lì, anche se con una precisazione divertente: Chester è il motivo per cui ha iniziato a cantare, ma il suo primo amore, confessa, sono stati gli 883, grazie alle musicassette e al walkman di sua zia.

Prima si fa silenzio, poi si parte
Fuori dal palco i Living Park fanno mestieri che non c’entrano niente con il metal: grafica 3D, grafica pubblicitaria, informatica, tecnico di laboratorio, e c’è perfino chi fa il giocatore di poker. Cinque persone, una squadra messa insieme dalle strade più diverse. Poi arriva il momento del concerto, e c’è un rituale che si ripete sempre uguale: cala il silenzio, qualche battuta, un’ultima sigaretta, dei vocalizzi. Ci si dà la mano e si parte.
In quel momento ci togliamo (o mettiamo) la maschera e ci lasciamo trasportare dalla passione e dall’energia.
Il resto lo fanno le serate, e sul palco non si risparmiano mai. Lavorano per ricreare suoni e atmosfere il più fedeli possibile ai Linkin Park, in cinque: due voci, una chitarra, un basso, una batteria, e un repertorio che per tanti è la colonna sonora di un’adolescenza.
Il peso di una voce
C’è però un lato di questa storia che nei video dei live non si vede. Lorenzo lo racconta con una sincerità che spiega tutto il resto. Ogni volta che sale sul palco si chiede se riuscirà a trasmettere il suo amore per Chester, per quello che ha rappresentato, per tutto quello che gli ha fatto vivere. Sa bene quale sia la responsabilità che si porta addosso:
dare voce a un artista immenso che non c’è più.
E quando incrocia gli occhi dei fan, quando li vede cantare, la domanda si ripresenta uguale:
sono all’altezza di tutto questo?
È la domanda giusta da farsi, e forse è proprio per questo che funziona. Un tributo che si prende troppo sul serio finisce in un museo, uno che non si prende sul serio non regge la prima canzone. I Living Park stanno nel mezzo: portano sul palco la festa del circle pit e il peso di una voce, e il pubblico sente entrambe le cose.

Stesso campo, un altro sport
Sulla scena italiana la band ha un’opinione che non riguarda solo le tribute. Il problema, dicono, è la musica in generale, soprattutto quella emergente: ognuno di loro ha provato a fare musica propria e nessun progetto è decollato, e intorno vedono tanti musicisti nella stessa situazione.
In Italia il problema non sono le tribute, quanto piuttosto la musica in generale, in particolare quella emergente.
Fare una tribute è un’altra cosa, spiegano: stesso campo da gioco, ma uno sport leggermente diverso. La tecnica resta il punto cruciale per proporre un buon show, ma entrare nel circuito giusto rende più semplice trovare le date. Il consiglio che danno a chi comincia è quello che applicano loro:
Non sottovalutare l’impegno che serve. Rimanere umili e mostrare la passione per quello che si fa, fa la differenza.
Sul loro profilo nella Nation si presentano con una frase che riassume tutto: Living Park, “more than a tribute”, una generazione che torna sul palco. Per chi quella generazione l’ha vissuta con le cuffie addosso, è già una promessa.
Ci vediamo sotto al palco
Il saluto ai fan è una frase breve, di quelle che si dicono guardando la prima fila:
Ci vediamo sotto al palco, non vediamo l’ora di conoscervi tutti!!
Li trovi su Instagram come @livingpark.tribute. E se un giorno sotto quel palco vedi un pirata fermo in mezzo al caos, non preoccuparti: sa già cosa sta per succedere.



